Politica 

Flick: “La democrazia diretta delle piattaforme web mette in pericolo la democrazia rappresentativa e parlamentare”

Una riflessione sul passato, un monito per il presente e per il futuro del giurista presidente emerito della Corte Costituzionale

Giovanni Maria Flick

I tre valori costituzionali fondamentali: <il lavoro, la democrazia, l’antifascismo>, quei valori <che ci sono stati trasmessi dai nostri padri. Non sono solo parole; non sono un dono gratuito e acquisito definitivamente. Vanno riscoperti, messi in pratica e difesi ogni giorno rispetto ad attacchi e ad insidie – qualche volta sempre più espliciti e senza pudori; altre volte impliciti e suggestivi – alla Costituzione e ai suoi contenuti>.
Ecco l’intervento di Giovanni Maria Flick all’assemblea della Camera del Lavoro di Genova su “Lavoro, democrazia e antifascismo”.

Poco più di un mese fa, in piazza Giacomo Matteotti (e già il nome è evocativo dei drammi dovuti alla mancanza di democrazia, e del sacrificio “necessario” dei martiri della libertà, affinché quell’obiettivo non vada smarrito) eravamo in tanti a celebrare la festa della Liberazione dalla barbarie della occupazione nazista (come molti altri in Europa) e dalla oppressione della dittatura fascista (noi in Italia), in un percorso che dal 25 aprile 1945 giunge al 2 giugno 1946, ricordato l’altro ieri – fra troppe polemiche – come il momento della nascita della Repubblica Italiana, premessa della nostra Costituzione.

Due date legate fra loro da un’altra egualmente significativa per il nostro passato, il presente e il futuro: il 1° maggio, la Festa del lavoro che ricordiamo oggi, in un posto dal nome altrettanto significativo (la Sala Chiamata della Compagnia Unica Paride Batini). Sul lavoro si fondano la nostra democrazia, la nostra identità e la nostra dignità.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Tutti i cittadini [e anche gli stranieri, secondo l’articolo 10] hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono … l’effettiva partecipazione di tutti i lavori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”.

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Le parole della Costituzione – semplici; immediatamente comprensibili da tutti; nate dal sangue e dalla sofferenza di tutto il popolo italiano nella Resistenza, dal dialogo e dal confronto dei suoi rappresentanti nella Assemblea costituente – scandiscono tre valori fondamentali che oggi siamo qui, numerosi, a celebrare: il lavoro, la democrazia, l’antifascismo.

Sono parole e sono valori che segnano la quotidianità e gli obiettivi del nostro vivere insieme. Segnano la necessità di attuare costantemente – con il nostro impegno – quei valori che ci sono stati trasmessi dai nostri padri. Non sono solo parole; non sono un dono gratuito e acquisito definitivamente. Vanno riscoperti, messi in pratica e difesi ogni giorno rispetto ad attacchi e ad insidie – qualche volta sempre più espliciti e senza pudori; altre volte impliciti e suggestivi – alla Costituzione e ai suoi contenuti.

Sono passati dalla nascita della Costituzione settanta anni. In essi la Costituzione – pur con le sue lacune, le sue ingenuità, il mutamento del contesto della sua applicazione (la globalizzazione in particolare) – ha conservato la piena validità di quei valori che oggi e qui ricordiamo e rivendichiamo. Non si tratta di cambiarli o modificarli; si tratta di attuarli tutti ed effettivamente, nella loro interezza e nel loro significato attuale; si tratta di chiederci quanto la Costituzione è stata attuata, prima di chiederci se è ancora attuale.

La democrazia. Churchill diceva a ragione che la democrazia è la peggiore forma di governo eccezion fatta per tutte quelle altre che si sono sperimentate finora. La democrazia rappresentativa e parlamentare ha tanti difetti; alcuni di essi si possono e si devono correggere – a cominciare da quelli della sequenza di leggi elettorali negli ultimi tempi – per assicurare la governabilità.

Tuttavia la democrazia “diretta”, quella della piattaforma o la sondocrazia (la “democrazia dei sondaggi”) – ad eccezione di alcune manifestazioni fondamentali della prima, come il referendum o l’iniziativa popolare delle leggi, se vengono correttamente disciplinate e realizzate – non sono affatto migliori di una democrazia rappresentativa come la nostra, e anzi rappresentano una degenerazione dei suoi inconvenienti e ne acuiscono i difetti, come dimostrano esperienze recenti ed attuali nel nostro Paese.

La delegittimazione del Parlamento può verificarsi attraverso la svalutazione della sua funzione: ad esempio con certe degenerazioni dell’istituto del c.d. referendum propositivo trasformato in un “derby tra popolo e parlamento”; ovvero attraverso un procedimento per il c.d. regionalismo differenziato in cui il Parlamento venga ridotto ad un ruolo meramente notarile del dialogo fra il Governo e una regione; o attraverso l’abuso sistematico del voto di fiducia. Quella delegittimazione non è la risposta giusta alla carenza e ai difetti di funzionamento del Parlamento stesso.

Le difficoltà di quest’ultimo – sempre più marcate (è vero!) – nell’esercizio della funzione legislativa vanno risolte. Ma esse non giustificano certamente il disconoscimento del suo significato fondamentale di sede della sovranità popolare e quello della sua funzione altrettanto importante per il controllo istituzionale e democratico di ciò che capita nel nostro Paese, ad opera di una maggioranza e di un governo che non rispettino la minoranza e i diritti fondamentali dei singoli.

In una Repubblica democratica e pluralista come la nostra tutti sono al tempo stesso uguali e diversi. L’esercizio del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero – sotto lo specifico profilo del diritto di informare gli altri e di essere informati – è essenziale per garantire l’eguaglianza di tutti e la diversità di ciascuno. L’ostacolo o l’impedimento all’esercizio di quel diritto, ancora più quando sia svolto in modo professionale, con la cronaca e la critica, è un grave attentato alla democrazia.

È intollerabile quando quell’attentato si manifesti contro il singolo protagonista dell’informazione, come il giornalista Stefano Origone che è stato “manganellato” ripetutamente a Genova qualche giorno fa mentre svolgeva il suo lavoro, ben al di là dell’uso limitato della forza al solo fine di atterrare o immobilizzare una persona – fosse anche un manifestante violento; tanto più un inerme, giornalista o meno – quando sia necessario e inevitabile in un tumulto. È un episodio di duplice estrema gravità: verso il lavoratore dell’informazione e verso la dignità e l’incolumità della persona, di qualsiasi persona.

Ma è intollerabile anche quando quell’attentato si manifesti contro un organismo al servizio dell’informazione, svolta più che bene, professionalmente e da moltissimo tempo, in modo imparziale, obiettivo e sincero (attraverso la trasmissione, da tutti apprezzata, di dibattiti; resoconti parlamentari e di altri organismi istituzionali; cronache di convegni di ogni colore; opinioni) come radio Radicale, di cui appare prossima la chiusura immotivata. Vale la pena di ricordare, a chi forse se lo è dimenticato, che l’articolo 118 della Costituzione impone alle realtà istituzionali pubbliche (prima fra esse lo Stato) di favorire – non di impedire – «l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». E credo che nessuno possa negare che la possibilità di informare, oltre ad essere un diritto fondamentale, risponde anche ad un evidente e rilevante interesse generale.

V’è un unico profilo di fiducia che lega a queste due vicende. Quanto alla prima vicenda, è la differenza che si coglie oggi nella reazione – anche in parte istituzionale – rispetto alle vicende drammatiche della violenza da parte di rappresentanti delle forze dell’ordine nel 2001 qui a Genova, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto; e rispetto alle omissioni e ai ritardi che le seguirono nell’accertamento delle responsabilità. È una differenza che si coglie con evidenza anche e già nelle testimonianze e nella assunzione spontanea di responsabilità per l’episodio, da parte di alcuni testimoni oculari e protagonisti dell’episodio.

Quanto alla seconda vicenda, è la reazione corale di opposizione al bavaglio che si vuole imporre ad una voce preziosa dell’informazione: una reazione che viene da esponenti istituzionali e di forze politiche di ogni parte e provenienza, sindacali, sociali e culturali.

Il lavoro. La bestemmia ignobile scritta sul cancello del campo di sterminio di Auschwitz (“Arbeit macht frei: il lavoro rende liberi” soltanto di morire in un luogo come quello) è uno degli emblemi della dittatura nazista, insieme alle camere a gas, ai forni crematori e agli eccidi di civili, donne e bambini. La nostra Costituzione, il nostro sistema istituzionale e sociale del lavoro, del suo valore e della sua tutela, appartengono ad un altro universo: quello in cui il lavoro è la pietra angolare della nostra democrazia, della nostra convivenza, della nostra dignità.

La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”; riconosce il diritto ad una “retribuzione… proporzionata… e sufficiente…”; riconosce la “parità” e la condizione della “donna lavoratrice”; “assicura gli interventi di previdenza sociale”; riconosce la libertà di organizzazione sindacale e il diritto di sciopero. Eppure – nonostante l’impegno proposto dalla nostra Costituzione con una elencazione tanto minuziosa quanto incisiva dei diritti del lavoro, nella parte dedicata ai “rapporti economici” – la disoccupazione soprattutto giovanile, la perdita dei posti di lavoro, il lavoro nero e sommerso, gli incidenti e le morti sul lavoro continuano a crescere: anche in questo periodo.

La “contabilità delle morti bianche” (così definite quasi per “ingentilirle” e sdrammatizzare il riferimento alle morti sul luogo di lavoro) è in continuo aumento. Nei primi tre mesi del 2019 vi sono già stati più di 200 morti: persone, non numeri.

I dati diffusi dall’INAIL sulle morti e sugli infortuni sul lavoro nel primo quadrimestre del 2019 registrano un aumento del 5,9% (per le morti) e del 2,4% (per gli infortuni) rispetto allo stesso periodo del 2018.

Sono dati che testimoniano la mancanza di adeguati mezzi di sicurezza, la mancata applicazione delle norme rivolte ad assicurare quest’ultima. Vengono denunziati da tutti i livelli di autorità e di responsabilità istituzionale del nostro Paese: dal Presidente della Repubblica, il 1 maggio scorso (“Le morti sul lavoro sono intollerabili… La sicurezza sul lavoro è un pilastro di legalità…”) alla Conferenza Episcopale Italiana (che denunzia anch’essa con il suo Presidente l’indignazione per il fatto che ciò segna la disapplicazione delle norme di sicurezza), al segretario generale della CGIL Maurizio Landini (“Come cinquanta anni fa evidentemente il diritto alla salute sui luoghi di lavoro non è considerato elemento indispensabile di tutta la fase produttiva”).

La disoccupazione – nonostante la recente e speriamo non momentanea contrazione del suo tasso – resta più che preoccupante, soprattutto se si concentra l’analisi su quella giovanile. Il tasso di disoccupazione italiano nel marzo scorso (10,2% rispetto al 7,7% UE) rimane inferiore solo a quello della Grecia e della Spagna; quello di disoccupazione giovanile (al 30,2% rispetto ad una media UE del 14,5%) risulta inferiore solo a quello della Grecia.

Al di là delle statistiche e della loro variabilità, in Italia si sono perduti in quindici anni oltre seicentomila posti di lavoro. Il tasso di occupazione è crollato dal 28% del 2004 all’attuale 19%; quello di disoccupazione è salito, nello stesso periodo, dal 23% al 30%. Sono cifre e dati eloquenti per riflettere sul futuro del nostro paese, dei nostri figli e nipoti.

Restano sullo sfondo (neanche tanto sullo sfondo, ma nel prossimo futuro e già per molti aspetti nel presente) i problemi della delocalizzazione del lavoro ove costa meno perché è meno protetto e meno retribuito; i problemi della robotica e dell’intelligenza artificiale, per i riflessi che ne derivano sull’occupazione; i problemi dell’equilibrio tra la conservazione dei posti di lavoro, la garanzia della sicurezza e della salute sul lavoro e sulla mobilità a tal fine, la salubrità dell’ambiente di lavoro e di quello circostante.

L’antifascismo. La legge italiana punisce sia la riorganizzazione del disciolto partito fascista, sia la discriminazione razziale, etnica e religiosa.

La prima legge (c.d. legge Scelba e successive sue modifiche, in attuazione della XII disposizione finale della Costituzione) ha come oggetto specifico la difesa della democrazia. Punisce la organizzazione e la partecipazione ad un’associazione, movimento o gruppo che «persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le istituzioni e i valori della resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o comunque manifesti estremismi di carattere fascista».

Quella legge punisce altresì la propaganda di tali associazioni e movimenti; vieta l’esaltazione pubblica di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo oppure le sue finalità antidemocratiche; punisce infine il compimento di «manifestazioni usuali del disciolto partito fascista e di organizzazioni naziste». Soprattutto, impegna lo Stato a «far conoscere in forma obiettiva ai cittadini e particolarmente ai giovani delle scuole… l’attività antidemocratica del fascismo»: una iniziativa che, se attuata, non sembra aver avuto un particolare successo, a giudicare da certe manifestazioni non solo giovanili.

La Corte Costituzionale (sentenze n. 1/1957 e n. 74/1958) ha precisato che l’apologia non può consistere in una “mera difesa elogiativa”; ma deve consistere in una «esaltazione… una istigazione indiretta a commettere un fatto rivolto alla riorganizzazione» del partito fascista e «a tal fine idonea ed efficiente». Infine la Corte ha affermato che nella propaganda (sentenza n. 87/1966) «il diritto di libertà di manifestazione del pensiero non può ritenersi leso da una limitazione posta a tutela del metodo democratico».

La seconda legge (la c.d. legge Mancino e successive modifiche) ha come oggetto specifico la difesa dell’eguaglianza costituzionale e quindi della pari dignità sociale con l’attuazione di una Convenzione delle nazioni Unite del 7 marzo 1966 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale attraverso la «propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale o etnico»; attraverso l’istigazione a commettere o la commissione di «atti di discriminazione… di violenza o di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi»; attraverso «ogni organizzazione, associazione o gruppo avente fra i propri scopi l’incitamento alla violenza» per tali motivi, o la partecipazione e l’assistenza a quella organizzazione.

Infine, la reviviscenza del negazionismo della Shoah ha indotto l’Unione Europea nel 2006 a sollecitare gli Stati membri a prevedere sanzioni penali «per incitamento pubblico alla violenza e all’odio razziale» e per «apologia in pubblico o negazione, banalizzazione volgare del genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra». Anche l’Assemblea delle Nazioni Unite a sua volta, nel 2007, ha approvato una risoluzione che invita gli stati membri a rifiutare senza riserve ogni negazione, totale o parziale, della Shoah come evento storico.

In Italia il negazionismo, con una legge del 2016 – in applicazione di una decisione quadro (2068/913/GAI) del Consiglio dell’Unione Europea – è diventato un’aggravante per i delitti di discriminazione, odio e istigazione di delitti a sfondo razziale già puniti dalla c.d. legge Mancino, quando dal negazionismo derivi un “concreto pericolo di diffusione”.

Nel nostro ordinamento ci sono le norme e gli strumenti necessari per contrastare un fenomeno ogni giorno vieppiù pericoloso e inquietante per la democrazia, l’eguaglianza e la pari dignità sociale. Al di là dei problemi tecnici di coordinamento, di interpretazione e di discrezionalità nella valutazione dei fatti concreti – grandi e piccoli – che ormai pressochè quotidianamente si verificano nel nostro paese, le leggi ci sono tutte.

Il problema è quello di applicarle; ma prima ancora è quello di diffondere e condividere una cultura di democrazia, di eguaglianza, di pari dignità sociale della quale v’è molto bisogno, di fronte alle diseguaglianze. Non solo queste ultime tuttora inquinano la nostra convivenza; ma crescono a dismisura.

Sono “diseguaglianze” che negano pari dignità sociale a tanti “diversi”, fra i quali, emblematicamente, le donne (si pensi al femminicidio); i cittadini di religione ebraica (si pensi all’antisemitismo); i migranti (iscritti tutti d’autorità nella categoria dei “soggetti pericolosi” da un decreto legge che associa sicurezza e migrazioni ed ora è al vaglio della Corte Costituzionale).

Abbiamo celebrato il primo Risorgimento, quello dell’Unità d’Italia, ricordandolo dopo 150 anni attraverso la nostra storia.

Abbiamo celebrato il secondo Risorgimento, quello della coesione, attraverso la Costituzione, come ci ha ricordato anche recentemente il Presidente della Repubblica in occasione del 25 aprile, invitando i giovani a ricordare e ammonendoli sul fatto che non si può riscrivere la storia .

Oggi viviamo – con tutte le sue difficoltà, le sue sconfitte e i suoi successi – un terzo Risorgimento, quello europeo. È un risorgimento che si è sviluppato nel cammino dell’Europa attraverso la Comunità e poi attraverso l’Unione: sulle strade della cultura, delle Università, delle abbazie e dei pellegrinaggi, dei diritti; e sulle strade delle fiere, dei mercati, degli interessi, dell’euro.

Sono strade che si intersecano fra di loro, che sono entrambe necessarie. Trascurare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea approvata nel 2007 e i suoi richiami espliciti alla solidarietà – per guardare soltanto agli accordi, alle regole, al bilancio e agli interessi nazionali – finisce per pregiudicare, accanto ai diritti, anche quegli interessi. Per questo mi sembra che all’Europa degli sbarchi e dell’accoglienza dei migranti – e soprattutto all’Italia, particolarmente esposta come frontiera dell’Europa sul mare, per 8.000 chilometri – non si può contrapporre l’Europa dei sovranisti e dei fili spinati. Ce lo impedisce la nostra Costituzione, con la quale abbiamo riconosciuto il diritto di accoglienza ai migranti quando anche i nostri padri e i nostri nonni erano migranti; ce lo impedisce il ricordo di Auschwitz che ha rischiato di diventare il cimitero d’Europa, come oggi rischia di diventarlo il Mediterraneo.

Per questo mi sembra necessario, in tempi di crisi e di preoccupazione economica come questi, concludere la mia testimonianza sulla democrazia, sul lavoro e sull’antifascismo con una riflessione che è economica solo all’apparenza, ma che evoca chiaramente il nostro futuro di giustizia, di pari dignità, di solidarietà.

È la conclusione, pochi giorni addietro, di un protagonista dell’economia del nostro Paese, il Governatore della Banca d’Italia-Eurosistema: “L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori. La crescita istituzionale dell’Europa ha accompagnato quella economica di tutti i paesi del continente: ha aperto un mercato più ampio alle imprese e ai consumatori, reso disponibili maggiori fondi a sostegno delle aree svantaggiate, facilitato la cooperazione in campi strategici, garantito un quadro di stabilità monetaria. Saremmo stati più poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario”.

È un monito che va al di là delle prospettive economiche. Ci ricorda implicitamente che accanto allo spazio della finanza, dell’economia e del mercato c’è – ed anzi è precedente – lo spazio delle persone, dei loro diritti e dei loro doveri. Quello spazio che avevamo intravisto dopo la conclusione delle atrocità della guerra (il coinvolgimento dei civili, le armi di distruzione di massa, la Shoah degli ebrei e il Porrajmos dei Rom). Abbiamo rischiato di barattare quello spazio con quello soltanto del mercato e del profitto; rischiamo di allontanarci da quello spazio oggi senza motivo e senza trarne alcun giovamento, come dovrebbero insegnarci il disorientamento (forse il più grave della sua storia) e la grave spaccatura che stanno colpendo il Regno Unito.

Giovanni Maria Flick

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